Zucchero Nero
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30/08/14

La donna cervo

Questo è un quadro a quattro mani che ho fatto insieme a Marta Ferro alcuni mesi fa. Lei ha disegnato, perché preferisce la forma, e io ho dipinto, perché preferisco i colori.
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Riguardo alla scelta e allo sviluppo del contenuto, ci siamo influenzate a vicenda facendo proprie l'una le idee dell'altra e reinterpretandole a modo proprio. Mi piace un sacco fare le cose con persone che stimo artisticamente, si prova una soddisfazione diversa quando si tirano fuori delle cose belle attraverso il lavoro di squadra.
La foto è un po' storta, pardon, prima o poi mi impegnerò a farla dritta. Forse.

28/08/14

La coperta infrangibile

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In certi periodi mi sento una coperta troppo stretta. Chi tira a destra, chi tira a sinistra e, per quanto io tenti di stirarmi, qualcuno rimane sempre con i piedi scoperti.

Molte volte è capitato che il mio io-coperta si restringesse all'inverosimile, forse per via del freddo. Ho suscitato la rabbia di alcuni, come se io non avessi alcun diritto di aver freddo a mia volta e di rimpicciolirmi. Se mi guardo indietro e rifletto, in effetti, tutte le persone a me care che mi hanno odiata con più o meno intensità, in maniera definitiva o meno, lo hanno fatto perché pensavano che non volessi più coprirli.

Chissà dove sbaglio, chissà perché così spesso vengo scambiata per una coperta infrangibile.

23/08/14

Icebucketchallenge : liberalizzare il silenzio

Più che l'ice bucket challenge in sé, mi ha colpita il video di Kledi Kadiu, il ballerino di Amici, in risposta alla sfida.
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La mia domanda è: che motivo c'è di fare i cagacazzi a tutti i costi? Cosa scatta nel cervello delle persone nel momento in cui devono trovare per forza il pelo nell'uovo e trasformarlo in una trave? Vi spiego:
  • Causa: ice bucket challenge diventa di interesse mondiale
  • Fatto: grazie all'icebucketchallenge, i fondi della ricerca sulla Sla sono aumentati di circa 40 miliardi di dollari.
  • Conseguenza: i malati di Sla potranno presto usufruire di nuove cure, e quindi stare meglio, forse guarire.
  • Pelo nell'uovo: chi ha aderito all'icebucketchallenge, forse, l'ha fatto per fare il buffone e per attirare l'attenzione sui social network.
  • Mia opinione: A' Kledi, torna a ballare con Maria e non ci rompere i coglioni.
Per chi non sapesse cos'è l'icebucketchallenge, si tratta di una specie di catena di Sant'Antonio in cui la gente deve tirarsi secchiate d'acqua ghiacciata in testa allo scopo di raccogliere fondi per la ricerca sulla Sla.

In pratica, Kledi si lamenta del fatto che "cani e porci" (parole sue) stiano approfittando di questa sfida mondiale per ottenere visibilità nei social network. A suo dire, è molto più utile donare dei soldi a favore della ricerca piuttosto che fare i buffoni su internet.

Kledi sembra ignorare che le donazioni per la ricerca sulla Sla siano aumentate in modo direttamente proporzionale al numero di "buffoni" che, questa estate, si son lanciati secchiate d'acqua ghiacciata in mondovisione.

Questa catena virale di donazioni non avrebbe mai riscosso così visibilità, se non fosse stata rivestita abilmente di buffonaggine. Perché a nessuno interessa soffermarsi a pensare sulle sventure che non ci colpiscono direttamente. Se io diventassi ricca, magari donerei dei soldi a qualche ente che si occupa del patrimonio artistico italiano, oppure alla ricerca per qualche malattia che mi riguarda più da vicino. Non mi verrebbe mai in mente di donar soldi alla ricerca sulla Sla, così come ad un orfanotrofio kambogiano. Chi ci pensa? Io non sapevo nemmeno cosa fosse la Sla, prima di tutto questo casino sui social.

Sapete chi ha inventato l'ice bucket challenge? Si chiama Pete Frates e, guarda caso, ha la Sla. Ciò non toglie nulla alla sua intelligente strategia virale né alla positività della sua causa. Ma dimostra che a nessuno interessa di ciò che gli è lontano. L'essere umano, per accendere la propria empatia nei confronti di terzi, per prestare attenzione a determinate cose che non lo riguardano, ha bisogno di una piccola spintarella.

E' davvero così importante il tipo di mezzo utilizzato per dare questa spintarella? Se il risultato è quello di raccattare 10 milioni di dollari in un giorno, vale davvero la pena di preoccuparsi del fatto che parte dei donatori in questione siano delle attention whore?

Kledi afferma, implicitamente, che è più importante il mezzo del fine.

Il pensiero di Kledi mi ha colpita. Come mi ha colpita la shitstorm mondiale dopo la morte di Robin Williams che si è concentrata in particolar modo sui social network della figlia di Robin, la quale ha deciso di cancellare i suoi account per non assistere a questo bordello.

La morte di Robin Williams è un altro esempio di come alcuni avvertano l'insostenibile necessità di rompere e coglioni e, in assenza di antagonisti contro i quali inveire, si accontentino di cercare il pelo nell'uovo e trasformarlo in trave.

  • Fatto: Robin Williams, attore di successo mondiale e probabilmente pieno di soldi, si ammazza.
  • Causa: Soffriva di depressione.
  • Conseguenza: A molti dispiace. Sinceramente oppure ipocritamente, lo ricordano, parlando di lui.
  • Pelo nell'uovo: Se uno è ricco e soffre di depressione, è un coglione. Se uno si dispiace per un ricco che soffre di depressione, perdipiù sconosciuto, è un coglione anche lui. 
  • Mia opinione: Ma cercare su google "depressione" prima di aprire bocca, è così difficile? Non è esattamente un "toh, oggi mi sento un po' triste, quasi quasi mi ammazzo."

Mi sembra molto saggio Wittgenstein quando afferma che "su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere".

Spesso tengo il becco chiuso su internet in merito alle faccende di interesse mondiale. Non so, non mi fa impazzire essere parte di certi meccanismi stupidi che muovono il mondo da quando chiunque ha imparato ad usare il pc. Mi rendo conto che sui social la gente si sente in dovere di esprimere la propria opinione anche quando non ce l'ha, come se stare zitti fosse sbagliato, e quindi spesso raccatta informazioni a caso pur di dire qualcosa, oppure si limita ad assumere la posizione del bastian contrario tipicamente adolescenziale che, in bocca ad un adulto, risulta oltremodo grottesca.

Penso che bisognerebbe liberalizzare il silenzio. Tutti dovrebbero sentirsi in diritto di stare zitti, anche i più imbecilli. Tutti dovrebbero prendere coscienza che, quando non si ha nulla da dire, è meglio non dire nulla.

17/08/14

Il sacro infuso ai frutti rossi

Questo è il mio infuso più prezioso:
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Me l'ha regalato M. e ha dentro un ricordo. Quando apro la scatolina di latta mi sembra di tornare tra le canne di bambù che scricchiolavano al vento, tra i pappagalli che volavano liberi e che lei mi indicava col naso all'insù. In quei giorni aveva spesso il broncio, M., ma era proprio un bel broncio, perchè passeggero. Che bella che era, avreste dovuto vederla.
La conosco da una decina d'anni ed è da allora che mi dice sempre:
- Sai, vorrei tanto avere i capelli rossi, però non li voglio tingere, sono così belli da naturali.
Io l'ho vista poche volte a distanza di anni, e tutte le volte i suoi capelli erano rossi. Non un rosso carota, ma un rosso leggero e lucente, non so. I suoi capelli sono un po' la sintesi delle nostre vite: l'impossibilità di vedere ciò che già abbiamo.

Bere questo infuso è così bello che non lo bevo mai. Non è solo paura di sciuparlo, è qualcosa di molto più contorto e che applico a tutte le cose buone che ho. Non è mai il momento giusto, ho sempre altro di più urgente da fare e, quando invece non devo fare nulla, trovo che la casa sia troppo disordinata e la bellezza del prezioso momento tra me e l'infuso si rovinerebbe a causa del brutto contesto. E' come se non mi sentissi all'altezza nemmeno di bere un infuso, è come se non fossi abbastanza nemmeno per potermi gustare un ricordo.

M. dice spesso che a scuola ci insegnano un sacco di roba inutile che non ci servirà mai a nulla e non ci insegnano una cosa di vitale importanza: imparare a stare bene e a volersi bene.

Poco fa avevo mal di testa, avevo un solo antidolorifico per farmelo passare, un sacco di roba da fare, la casa in disordine, la tavola piena di briciole. Frugavo nella dispensa a caccia di qualche tè mediamente scarso con cui accompagnare l'antidolorifico. Ho visto la scatolina gialla dell'infuso di M., l'ho aperto giusto per annusarlo. Una ventata di fiori e frutti è uscita dalla scatola. Delizioso, sublime. Quindi inadatto. L'ho richiuso e ho continuato la mia ricerca di tè medio scarsi da discount.

Poi ho pensato che sono proprio un'imbecille.
Ho pensato alla mia coinquilina che mi dice che dovrei darmi al volontariato, quando le spiego che non ritengo valga la pena cucinare solo per me stessa.
Ho pensato a mia madre che si affaccenda da mattina a sera per occuparsi di tutti quanti, eppure non osa nemmeno mettersi lo zucchero nel caffè, non perchè le piaccia amaro, ma perchè di certo non ne vale la pena.

Mai visto un momento peggiore di questo per bersi il sacro infuso di M., eppure l'ho bevuto. Sulla tavola sporca, col mal di testa, le palle girate, in pigiama, sudaticcia e incazzata, con mille cose da fare.
Questo infuso ce l'ho da un anno e mi sono permessa di berlo soltanto 2 volte. Questa è la terza. Faccio così con tutto.
Ci ho veramente rotto il cazzo.

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