Zucchero Nero
PortfolioArteLibriDiarioContatti

18/09/13

Palermo e gli occhi dello straniero

palermo
Alcuni giorni fa, sulla bacheca di Facebook, è spuntato uno status un po' particolare. Mi è piaciuto e ho voluto conservarlo, trovavo fosse un peccato lasciarlo disperso tra le boiate dei social networks. Lo incollo qui. L'autore è Alekos Tractor.

E svegliarsi la domenica mattina alle 8, dopo aver sorseggiato un caffè amarissimo. Camminare per le strade quasi deserte della mia città, con gli occhi dello straniero e le scarpe ancora sporche della terra della Magione.



Passare davanti alla tavola calda di quell'egocentrico di Nino "U ballerino", che ha fondato un piccolo impero sulla sugna, sulle sue quattro ossa basculanti e sciorinando su tendoni, manifesti e perfino automobili, la sua brutta faccia forzata ad un sorriso.

Sotto un sole impietoso, guardare con un briciolo di soggezione l'austera imponenza del Tribunale di Palermo, davanti cui si sono inchinati i grandi e sporchi nomi dello sfacelo italiano.

Soffermarsi a porta Carini, l'ingresso del mercato del Capo, per fare colazione con lo sfincione riscaldato a dovere sulla piastra rovente, da un ambulante con le sclere opache, piene di venuzze marroni, e le mani rigonfie e callose, di chi probabilmente per tutta la sua vita non ha fatto altro che quello.

Mangiare un pezzo della mia infanzia - "Scaissu r'uogghio e chinu i pruvulazzu", come vuole la tradizione - e nel frattempo ascoltare di sfuggita lo stralcio di una conversazione filosofica fra due robivecchi, seduti proprio accanto alle loro cianfrusaglie in vendita: "Giova', pi stare quieti s'avissi 'a viviri come Biagio Conte. Senza araviri niente! Niente! Mancu 'na mugghieri!"

Leggere sui muri qualche scritta politica in nero, corretta in rosso e poi ricorretta in nero, segnale di una stupida e continua guerra fra perdigiorno che - pur di emulare le gesta epiche dei loro genitori sessantottini - hanno deciso di riesumare ideologie politiche morte e sepolte da più di 50 anni.

Ripetere con orgoglio la frase "L'arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l'avvenire", incisa sul frontone della facciata del Teatro Massimo e fin da bambino nella mia memoria. E poi passeggiare per le vie del centro chiuse al traffico di mezzi, fra anziani ciclisti irriducibili e mandrie di turisti che arrancano in tenuta Desert Storm, sudati e pallidi in viso più dei loro vistosissimi calzini bianchi.

Beccare un autobus - l'unico che dal centro porta fino in cima a Monte Pellegrino - e immergersi nella calca dei passeggeri.

Guardarli in faccia, uno per uno, e rendersi conto che, pur avendo le stesse sembianze dei siciliani di mezzo secolo fa, sono quasi tutti provenienti dal Bangladesh o dallo Sri Lanka.

Sono bassi, scuri. Hanno gli stessi baffetti, le stesse basette lunghe, la stessa pelle cotta dal sole dei terroni che hanno versato lacrime, sangue e sudore su questa terra brulla, insaziabile, sempre asciutta.

Sono più di una ventina, a bordo dell'autobus. Sorridono, scherzano, ma in modo pacato, senza quella chiassosità sguaiata, tipica degli infelici discendenti dei latini.

"Tutti questi visi che mi circondano, veramente rimpiazzeranno quelli dei ragazzi fuggiti via da qua per cercare fortuna altrove? Sono davvero loro, i nuovi palermitani? E qualora così fosse, riusciranno ad integrarsi? A mettere radici in questa città bellissima e maledetta su cui nessuno vuole costruire più nulla? Saranno capaci di essere migliori di tutti noi uomini e donne nati a Palermo?"

Mentre mi faccio queste domande, due di loro si alzano per cedere il loro posto a un paio di anziane signore.

Una delle due chiede a un ragazzo bengalese/cingalese: "Ma tutti quanti dove state andando? A Monte Pellegrino?"
E il ragazzo, sorridendo: "Sì!"
L'ottuagenaria impicciona: "Andate a fare una scampagnata?"
Il ragazzo, sempre sorridendo: "No, andiamo al santuario".
Visibilmente sorpresa, l'anziana donna: "Ma scusa, che ci andate a fare?"
Infine il ragazzo: "Ci andiamo ogni anno tutti insieme, ognuno per chiedere una grazia diversa a Santa Rosalia".

D'un lampo, tutte le mie domande trovano risposta.
Tranne una.
Scendo alla mia fermata, guardo le cataste di spazzatura all'angolo della strada, gli innumerevoli strati di manifesti elettorali logori e sbiaditi ai muri, il marciapiede pieno di enormi buche e di enormi stronzi di cane, ripenso a tutto quello che ho visto durante la mia passeggiata e in 30 anni di vita a Palermo, e infine mi dico che non so se gli immigrati riusciranno ad essere migliori dei palermitani. Ma per essere peggiori, minchia se si devono impegnare.

Alekos Tractor

5 commenti:

  1. E se , e se la condizione in cui ci troviamo non dipendesse completamente da noi ?

    E se qualcuno o qualcosa vuole che siamo cosi ?

    E se avessimo più soldi riusciremmo ancora ad essere cosi maleducati , affaristi , egoisti ?

    E se l'apatia che pervade buona parte dei palermitani , sfiniti da decenni di ingiustizie e degrado imposto , riuscisse un giorno a diventare RABBIA , quella vera , che non vuole sentire più ragioni , allora tutto potrebbe cambiare , allora sarebbe RIVOLUZIONE !

    RispondiElimina
  2. è un post bello, triste, malinconico e interessante U-U *pio*

    RispondiElimina

Template and contents © Zucchero Nero • Powered by Blogger