Zucchero Nero
PortfolioArteLibriDiarioContatti

26/04/13

La storia di Giona


elena kalis sott'acqua"Infine la ragazza torna dal luogo in cui era precipitata e decide di affrontare la cosa da persona adulta. In bagno si versa venti gocce di Lexotan direttamente sulla lingua. Apre l’acqua calda nella vasca e si concede una dose abbondante di bagnoschiuma. Porta una sedia dalla cucina e appoggia lì sopra le sigarette, l’accendino, il portacenere e la busta gialla. Poi si spoglia ed entra nella vasca.

Come ogni volta l’acqua bollente è uno shock, ma appena il Lexotan comincia a fare effetto è come sciogliersi, come se il corpo perdesse la sua durezza e tornasse una cosa morbida dentro una bolla. Quando raggiunge questo stato di grazia, la ragazza prende la busta gialla e strappa il bordo con un dito, poi estrae la lettera che contiene.


 Dentro c’è scritto:

Cara Sofia (Giona),
tra i dodici passi degli Alcolisti Anonimi ce n’è uno che si chiama «fare ammenda». È il nono su dodici, quindi si trova quasi alla fine del percorso. Fare ammenda significa  andare  in  cerca  della  gente  che  hai  offeso,  tradito,  derubato  e  deluso  quand’eri  ubriaco,  e chiedere scusa. Confessare che sei stato una persona meschina, ma ora vuoi diventare una persona degna di fiducia. Hai bisogno del loro perdono per farlo. Il perdono serve a liberarsi del rimorso, che non è un sentimento utile se uno vuole cambiare vita, perché ti ricorda continuamente chi eri. Ma se una persona ti perdona, puoi smettere di provare rimorso e cercare di diventare chi vuoi.  È proprio come mi sento io adesso. Anch’io ho tradito la fiducia degli altri, ho ferito i miei amici e raccontato un mucchio di bugie, e ora penso che, se voglio andare avanti, devo prima tornare indietro e rimettere a posto un po’ di cose. Così approfitto di questa lettera per mandarti qualcosa di tuo. Mi è stato molto utile in questi anni, nei momenti di sconforto, però adesso non mi serve più. Non che quei momenti siano finiti del tutto, ma sono io che riesco ad affrontarli meglio.

E poi c’è una cosa che ho bisogno di chiederti. Negli ultimi tempi ho letto la Bibbia da cima a fondo. Non credo in Dio ma mi sembrava un libro importante da leggere, almeno per evitare che qualcun altro lo facesse al posto mio e pretendesse di spiegarmelo. La storia di Giona è una delle mie preferite, sai? È un racconto di poche pagine. Io non so se anche tu l’avessi letto, o magari invece era solo che ti piaceva il nome, o ti piaceva un ragazzo di nome Giona o chi lo sa.

Comunque la storia è questa. Un giorno Dio chiama Giona e gli ordina: Vai a Ninive, la grande città, e di’ ai suoi abitanti che il loro peccato è salito fino a me. Va bene, risponde Giona. Mette qualche vestito in una borsa, saluta sua moglie, esce di casa, e poi  invece  di  andare  a  Ninive  prende  la  strada  opposta,  e  si  imbarca  per  Tarsis.  Ma  ovviamente disobbedire a Dio non è una grande idea nella Bibbia, così quando Giona è sulla nave si scatena una terribile tempesta. I marinai buttano in acqua tutta la merce che hanno per alleggerirsi. Qualcuno prega, qualcuno piange, Giona invece dorme profondamente. Si vede che è sicuro di essere nel giusto. Ma il capitano della nave lo scuote e gli fa: Come puoi dormire, non vedi che fuori c’è il finimondo? E Giona: Ah sì, è il mio Dio che mi sta cercando. Spiega ai marinai che il suo è un Dio potente e vendicativo, ed è molto arrabbiato con lui. L’unico modo che avete per salvarvi, dice, è di buttarmi fuori dalla nave. E naturalmente i marinai seguono il consiglio.

Così Giona precipita in acqua e sta per affogare, ma ecco che si compie un altro prodigio: «Ora Dio aveva preparato un grande pesce per inghiottire Giona». Un mostro marino, né più né meno. E inghiottendo Giona in realtà lo salva, lo tiene nella pancia per tre giorni e tre notti e lo protegge dal mare. Dalla pancia del pesce Giona parla con Dio. Lo ringrazia per averlo salvato. Chiede scusa per aver disobbedito e gli promette di compiere la sua missione. Infine il pesce lo sputa su una spiaggia: e così, dopo essersi asciugato e ripulito, Giona parte per andare a convertire gli abitanti di Ninive.

Allora mi sono chiesta: quando stavi lì, sdraiata sul pavimento della mia stanza, che tipo di Giona eri? Eri Giona che dorme nella stiva della nave? E nonostante il finimondo eri perfettamente calma, perché ti sentivi sicura di essere nel giusto? Oppure eri Giona nella pancia del pesce? E ti sentivi grata per essere stata salvata da quello che c’era fuori, capivi di avere sbagliato e stavi pensando a come rimediare? Oppure eri Giona sulla spiaggia? Quando asciugandosi al sole si rende conto che non c’è il giusto o lo sbagliato, ma solo un uomo da una parte e un dio dall’altra, uno illuso di poter scegliere, l’altro capace di scovarti dovunque ti nascondi, scatenare tempeste per affogarti e mandare mostri a trarti in salvo, per cui è meglio obbedire e basta, perché non è proprio possibile essere liberi in un mondo governato da un dio? Tu ci pensavi a queste cose?  Quando parlavi dei nomi, e della libertà di essere chi ti pare, pensavi a questo?  Mi piacerebbe incontrarti in un posto normale, magari in un caffè all’aperto, bere una tazza di tè e mangiare pasticcini alla crema, fumare sigarette sottilissime e chiacchierare come due vecchie amiche. Nel frattempo, spero che tu mi ricordi con lo stesso affetto con cui ti ricordo io.

 Tua, Margherita (Margot)

Dopo averla riletta due volte, la ragazza posa la lettera sulla sedia e riprende la busta gialla. La capovolge e la scuote finché nell’acqua cade un oggetto che prima le era sfuggito. Lo raccoglie e lo pulisce dalla schiuma: è una cannuccia di plastica che lei ricorda perfettamente. Rigirandola tra le dita, la sigaretta metafisica le sembra un po’ più mangiucchiata, e anche un bel po’ più corta dell’ultima volta che l’ha vista. È contenta di riaverla, ma adesso a che cosa potrebbe servire? La ragazza pensa di trovarle nuove mansioni. Tira fuori un piede dall’acqua e lo punta con l’occhio buono, guardando attraverso la cannuccia come se fosse un minuscolo cannocchiale. Ecco un alluce smaltato a dritta, e a tribordo un portasapone a forma di paparella.
La ragazza prende la cannuccia tra le labbra per vedere se funziona ancora. Ecco un lupo di mare con la sua pipa d’osso. Basta invertire il ciclo, inspirando con il naso e soffiando con la bocca, ed ecco una balena. Laggiù, soffia! Là, là, là! Soffia! Manca solo il pescatore di perle. La ragazza chiude gli occhi e si tappa il naso con due dita, poi immerge la testa nell’acqua e usa la cannuccia per respirare l’aria che c’è fuori, come un boccaglio."

Tratto da "Sofia si veste sempre di nero" di Paolo Cognetti
Foto di Elena Kalis

2 commenti:

  1. quindi ti sta piacendo davvero :)
    a presto giovane balenottera

    RispondiElimina
    Risposte
    1. ho finito di leggerlo ieri. mi lasciano un po' perplessa gli errori di punteggiatura, però è senza dubbio un bellissimo libricino e poi Sofia mi piace un sacco come personaggio, assomiglia ad una mia amica. Devo farglielo leggere, magari si appassiona al teatro.

      Elimina

Template and contents © Zucchero Nero • Powered by Blogger