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06/01/12

Le emozioni sono impulsi elettrici?

Foto di Angela Bacon

La percezione, le sensazioni e molte esperienze soggettive sono il riflesso di cambiamenti chimici ed elettrici nel cervello. Quando impulsi elettrici percorrono le reti dei neuroni della corteccia visiva, vediamo; quando fenomeni neurochimici hanno luogo nel sistema limbico, proviamo qualcosa, sia per cause concrete che per via di pensieri prodotti dalla mente. Persino la coscienza, secondo gli scienziati con cui aveva parlato, è solo una manifestazione dell’attività cerebrale, e quando il cervello cessa di funzionare la consapevolezza svanisce come la bruma al levarsi del sole. Qualcosa in quelle spiegazioni avevano sempre lasciato perplesso il Dalai Lama. Anche ammesso che la mente sia un riflesso di quello che accade nel cervello, e che  sentimenti e pensieri siano manifestazioni dell’attività cerebrale, non è possibile che la causalità vada nelle due direzioni? Cioè, non è possibile che così come il cervello produce i pensieri, i sentimenti e le altre attività cognitive che nel loro insieme costituiscono la mente, allo stesso modo la mente agisca sul cervello producendo cambiamenti fisici nella materia da cui trae origine?



[...]  Il neurochirurgo rispose senza esitazione. Gli stati fisici danno origine agli stati mentali, spiegò pazientemente. Una causalità “discendente” dal mentale al fisico non è possibile.

“Oggi come allora, penso che non ci siano ancora le basi scientifiche per fare asserzioni categoriche” ha scritto il Dalai Lama nel saggio L’universo in un singolo atomo. “Il punto di vista che tutti i processi mentali siano necessariamente processi fisici è un presupposto metafisico, non un fatto scientifico.” [...] Francisco Varela colse l’occasione per intervenire: “Gli stati mentali devono a loro volta essere in grado di influire sulla condizione del cervello” dichiarò. “E’ così per forza. Tuttavia non si è andati molto a fondo, perché per un occidentale è un’idea contro-intuitiva. Ma in realtà è logicamente implicita in quello che la scienza sostiene oggi.”

“Logicamente implicita” però non vuol dire “ampiamente ed esplicitamente riconosciuta”. Quando gli scienziati riconoscono l’influenza della mente sul cervello, lo fanno interponendo fra i due un intermediario: il cervello stesso. Il punto di vista generalmente accettato è che il cervello dia origine agli stati mentali. Un particolare schema di neuroni che entrano in attività qui sollecita determinati neurotrasmettitori che raggiungono altri neuroni lì, dando origine a uno stato mentale – per esempio un’intenzione. A essa è associabile un correlato neuronale, un corrispondente stato cerebrale caratterizzato dall’attività di particolari circuiti, rilevabile, supponiamo, attraverso la risonanza magnetica funzionale. Il correlato neuronale dell’intenzione è diverso dallo stato cerebrale che ha causato l’intenzione, e a sua volta può dare origine, e dà origine, a successivi stati cerebrali. Perciò, anche se potremmo pensare ingenuamente che l’intenzione produca un mutamento dello stato cerebrale, quello che accade in realtà è piuttosto banale: lo stato cerebrale che corrisponde all’intenzione influisce su un altro aspetto del cervello in un modo perfettamente newtoniano, qualcosa di elettrico o chimico qui altera qualcosa di elettrico o chimico lì. E questo è tutto ciò che occorre per spiegare i cambiamenti cerebrali: uno stato cerebrale ne origina un altro. Lo stato mentale che interviene a un certo punto a al quale diamo il nome di intenzione è, da questo punto di vista, un semplice effetto collaterale, un epifenomeno privo di efficacia causale propria. Il cervello, e solo il cervello, influisce sul cervello.

[...]
Tuttavia, negli anni Novanta qualche dubbio sull’identità di mente e cervello ha cominciato ad affacciarsi ai confini della neuroscienza. [...] Roger Sperry, neuroscienziato, premio Nobel e docente al California Institute of Technology (Caltech) dal 1954 fino al 1994, anno della sua morte, ha elaborato la versione scientificamente più rigorosa di questa posizione, da lui battezzata “mentalismo” o “mentalismo emergentista”. Infastidito dal predominio di quella che considerava “l’esclusiva determinazione dell’intero a partire dalle sue componenti, con un procedimento dal basso verso l’alto, in cui gli eventi neuronali determinano il mentale ma non viceversa”, teorizzò l’esistenza di una facoltà di “controllo dall’alto in basso degli eventi mentali sugli eventi neuronali inferiori”. Suggeriva che gli stati mentali potessero agire direttamente su quelli cerebrali fino a influenzare l’attività elettrochimica dei neuroni. Ma l’opinione più diffusa, allora come oggi, era che gli stati mentali potessero influenzare altri stati mentali solo perché entrambi appartengono al dominio del cervello.

Sperry precisava che nella sua teoria la coscienza non potesse esistere senza cervello e che “le forze mentali” che considerava causalmente efficaci non fossero “forze soprannaturali indipendenti dai meccanismi cerebrali”, ma forze “inseparabilmente legate alla struttura cerebrale e alla sua organizzazione funzionale". Nemmeno questo, però, giovò particolarmente alla sua causa (o alla sua reputazione). Come disse un visiting professor al Caltech a proposito di Sperry nel 1970, “è probabile che continuare su questo tono diminuisca l’effetto delle sue tanto straordinarie imprese”. In ogni caso Sperry restò convinto fino all’ultimo che l’attività mentale “di livello superiore” agisse in modo causale sul “livello inferiore” dei neuroni e delle sinapsi, e che i sussurri della mente fossero in grado di modificarne la trama. Come le scoperte degli anni Novanta e dei primi anni del nuovo millennio avrebbero dimostrato, era in anticipo rispetto al suo tempo, e la domanda del Dalai Lama sulla possibilità che la mente influenzasse il cervello non era assolutamente fuori luogo.

Tratto da "La tua mente può cambiare" di Sharon Begley.

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