Zucchero Nero
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04/01/12

La solitudine dei numeri primi

Foto di Angela Bacon
Con un certo sollievo si era lasciata andare. Le sembrava di aver sempre fatto tutto per qualcun altro, ma adesso c'era soltanto lei e poteva semplicemente smettere, arrendersi e basta. Aveva più tempo per le stesse cose, ma avvertiva un'inerzia nei movimenti, la fatica come di spostarsi dentro ad un liquido viscoso. Finì per tralasciare anche gli impegni più facili. I vestiti da lavare si ammucchiavano nel bagno e lei, sdraiata sul divano per ore, sapeva che erano lì, che si sarebbe trattato di uno sforzo banale, ma a nessuno dei suoi muscoli quello sembrava un motivo sufficiente.

Si era inventata un'influenza per non andare al lavoro. Dormiva molto più del necessario, anche in pieno giorno. Non abbassava neppure le persiane, le bastava chiudere gli occhi per ignorare la luce, per cancellare gli oggetti che la circondavano e dimenticare il suo corpo odioso, sempre più debole ma ancora tenacemente attaccato ai pensieri. Il peso delle conseguenze era sempre lì, come uno sconosciuto che le dormiva addosso. Vegliava su di lei anche quando Alice sprofondava nel sonno, un sonno greve e saturo di sogni, che assomigliava sempre più ad una dipendenza. Se aveva la gola secca, Alice immaginava di soffocare. Se le formicolava un braccio rimasto troppo a lungo sotto al cuscino era perchè un cane lupo se lo stava mangiando. Se i suoi piedi erano freddi perchè nel rigirarsi erano finiti fuori dalle coperte, Alice si trovava di nuovo in fondo al canalone, immersa fino al collo. Però non aveva paura, quasi mai. La paralisi le permetteva di muovere soltanto la lingua e lei l'allungava per assaggiare la neve. Era dolce e Alice avrebbe voluto mangiarla tutta, ma non poteva girare la testa. E allora se ne stava lì, ad aspettare che il freddo salisse su per le gambe, che le riempisse la pancia e da lì si irradiasse nelle vene, gelandole il sangue.

Il risveglio era infestato di pensieri strutturati solo in parte. Alice si alzava quando non poteva più farne a meno e la confusione del dormiveglia si diradava lentamente, lasciando nella sua testa dei residui lattiginosi, come dei ricordi interrotti, che si mischiavano agli altri e non sembravano meno veri. Vagava per l'appartamento silenzioso come il fantasma di se stessa, inseguendo senza fretta la propria lucidità. Sto impazzendo, pensava alle volte, ma non le dispiaceva. Anzi, le veniva da sorridere, perchè finalmente stava scegliendo lei.

Tratto da "La solitudine dei numeri primi" di Paolo Giordano 

1 commento:

  1. A volte si tende a guardar la luce che ristagna intorno a noi per evitare che il buio denso che risiede nella nostra mente ci risucchi come un buco nero.

    Anche il film tratto dal libro è molto interessante.

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